E.M.D.R.

L'E.M.D.R. (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) è una tecnica terapeutica sviluppata alla fine degli anni Ottanta dalla Psicologa americana Francine Shapiro per l'elaborazione delle esperienze traumatiche.

Quando viviamo un'esperienza traumatica, tutti gli aspetti che la riguardano (ricordi sensoriali, idee su noi stessi, emozioni, percezioni corporee) restano cristallizzati nelle reti neurali, e così l'elaborazione del ricordo negativo diventa più faticosa. Può quindi capitare che delle esperienze attuali riattivino tale ricordo, con tutta la sua portata emotiva negativa e bloccante.

Con l'E.M.D.R. viene favorita e velocizzata la fisiologica risoluzione del trauma e del ricordo negativo, grazie alle connessioni tra i due emisferi cerebrali suscitate attraverso i movimenti oculari della persona, o altre forme di stimolazione destra/sinistra.

In questo modo, viene favorito il cambiamento: il ricordo disturbante viene desensibilizzato, perdendo la sua carica emotiva, ed integrato in modo più adattivo; la persona sente di aver finalmente lasciato nel passato l'esperienza negativa.

Ecco un chiaro articolo sul funzionamento della terapia E.M.D.R.

I.F.S.

Spesso nello studio di terapia si presentano le Parti della persona: infatti, noi non siamo un monolite, ma abbiamo molte sfumature del Sé. Come spiega Richard Schwartz, fondatore dell'Internal Family System (I.F.S.), mentre le Parti ferite tendono ad essere nascoste alla nostra consapevolezza e a risultare inaccessibili (sono infatti dette Esuli), altre Parti provano a proteggerle con modalità "preventive" (i cosiddetti Manager) o "reattive" (i Pompieri), e tutto ciò rende particolarmente ricco e complesso l'incontro con l'Altro.  Quando riusciamo a riconoscere ciascuna delle nostre Parti, ringraziandole per il loro lavoro, attiviamo una vera e propria riorganizzazione interna, risollevando le Parti ferite e permettendo alle altre maggiore libertà, flessibilità e creatività.

A proposito di Parti, ecco una riflessione dal mio blog Vitabolario:


In questi giorni ho visto in tv la pubblicità di un'automobile, che mi ha fatto pensare a qualcosa che vedo spesso nelle sedute di psicoterapia. Protagonista dello spot è un uomo innamorato di una certa macchina sin da bambino, passione che lo accompagna nelle diverse fasi di crescita, fino a quando -da adulto- può finalmente coronare il sogno di acquistare e guidare la sua automobile preferita. La pubblicità sottolinea questo percorso affermando: "hai sognato tutta la vita di guidarla, ora puoi farlo", alludendo ad una promozione economica ma giocando al contempo sul doppio senso (un adulto può comprare e guidare un'auto, un bambino no). A me questo spot è sembrato un'allusione, leggera, al lavoro che spesso mi ritrovo a fare in terapia, quando nello studio "si materializzano" le Parti di un paziente: come spiega ad es. la teoria di Richard Schwartz, noi non siamo dei blocchi unici, ma "siamo fatti" di Parti che vivono in noi, moltissime, e si attivano a seconda delle situazioni che attraversiamo; tutte loro, benché a volte possa sembrare il contrario, sono positive, ci proteggono, e vogliono il nostro bene. Alla fine dello spot vediamo l'uomo adulto che guida con soddisfazione l'auto dei suoi sogni, mentre sul sedile posteriore il bambino -che in qualche modo è rimasto con lui tutta la vita, condizionando le sue scelte (quanto meno in fatto di automobili)- canticchia felice. Dunque, quest'uomo ha finalmente realizzato e soddisfatto i "bi-sogni" di quel bambino, ossia di quella Parte che ancora vive in lui. Quello di questa pubblicità è un esempio bello, felice, di come esistano in ciascuno di noi Parti grandi, adulte, in grado di occuparsi di Parti più "piccole" (come peraltro spiega un bel libro, "Genitori di sé stessi" di Nicoletta Cinotti); la medesima cosa, però, la osservo nelle sedute di psicoterapia per situazioni meno felici, ossia per i traumi e per le sofferenze che alcune Parti si portano dietro, finendo per condizionare la nostra vita. In che senso? Quando una Parte ferita vive in noi, le nostre azioni assumono il carattere di "re-azioni": le scelte che facciamo non sono orientate al qui ed ora, al presente, ai bisogni attuali, alle condizioni che stiamo attraversando, ma rispondono a necessità ed emozioni antiche, non elaborate, cioè quelle che proprio la Parte ferita si porta appresso come un pesante fardello. Spesso i pazienti mi dicono di aver provato emozioni di cui non capiscono il motivo, o di essere scoppiati in pianti dirompenti e ai loro occhi immotivati, o ancora di aver sentito una rabbia non commisurata a quanto stava accadendo: in realtà quelle reazioni appartengono alla Parte ferita (che, essendosi frequentemente formata in un lontano passato, viene visualizzata come un bambino o una bambina). Le Parti ferite hanno anche la particolarità di essere poco accessibili: sono infatti dette "esiliate", perché è molto doloroso sentirle; altre Parti, dette "Protettori", si adoperano affinché restino nascoste alla nostra consapevolezza, ed è per questo che ci meravigliamo di alcune nostre reazioni, quelle che in realtà ci riportano nel "là ed allora". Come intervenire? È importante riconoscere e ringraziare ognuna delle nostre Parti, e al contempo con pazienza arrivare al nucleo della sofferenza, andando a risollevare la Parte ferita, permettendo così alle altre Parti di riorganizzarsi, e generando un nuovo modo di vivere.  Il ruolo di ciascuno di noi è fondamentale in questo processo: si tratta di farsi carico di tutte le nostre sfumature, proprio come farebbe un genitore con figli diversi, realizzando un'integrazione tra Parti, tra emozione e ragione, tra passato e presente, così da riuscire a percepirci "più noi stessi". In questo la terapia EMDR risulta molto utile.

La mente che si apre ad una nuova idea non torna mai alla dimensione precedente.

 Albert Einstein